Ridateci la dignità

Ridateci la dignità

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Dai tempi più remoti e fino ai nostri giorni, nella società cosiddetta civile, la dignità umana viene spesso calpestata e offesa.
Pensiamo allo sfruttamento dei minori, al maltrattamento di anziani indifesi e isolati, agli immigrati discriminati per il colore della pelle o della nazionalità, al mobbing a cui spesso si è sottoposti sui luoghi di lavoro e tanto ancora, per comprendere come la dignità dell’uomo viene oltraggiata anche in modo subdolo e sottile.
Stiamo vivendo in una società globale in cui la crisi dell’economia ci dimostra come sia prevalsa la logica del profitto a cui tutto viene sottomesso.
Ed è in nome della crisi che molto spesso i diritti vengono soffocati ed i più forti prevaricando i confini del rispetto umano, impongono con arroganza il loro volere. Assistiamo così a fabbriche che chiudono, ad imprenditori che pur di sopravvivere spostano in altri paesi i loro interessi, mentre altri, per mancanza di commesse, sono costretti a licenziare, lasciando intere famiglie senza sostentamento per la mancanza di lavoro. Tutto avviene sotto lo sguardo gelido e incurante dei governanti, che da tempo dibattono solo su strategie ed interessi di partito, mentre, molti onesti, presi dallo sgomento, diventano “martiri del non lavoro”.
Ma cosa accade quando si perde il lavoro e quali sono le ripercussioni sul benessere e sulle relazioni dell’individuo?
Spesso le conseguenze più dure della carenza di lavoro sono a carico delle famiglie.
La disgregazione tra i coniugi e le difficoltà di relazione con i figli sono conseguenza della grave crisi occupazionale.
Quasi ogni giorno la cronaca ci riporta casi di suicidio per la mancanza di lavoro.
Mi chiedo: “Quanti morti dovremo piangere ancora per riuscire a cambiare un sistema che conduce l’uomo nel
tunnel della disperazione?
Quando potremo avere un segnale positivo da chi dovrebbe difendere e risollevare la dignità umana e ridarci la speranza?
Il 5 luglio nello stadio di Campobasso il Papa ha detto “Non avere lavoro non è solo non avere il necessario per vivere: no, noi possiamo mangiare tutti i giorni, andare alla Caritas o altre associazioni. Il problema è non portare il pane a casa, questo toglie la dignità”.
Eppure se leggiamo la nostra carta costituzionale ci accorgiamo che l’articolo 1 mette il lavoro come elemento fondante della nostra Repubblica, mentre l’articolo 4, afferma che lo Stato riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
Il lavoro serve non solo per massimizzare produzione e profitti, ma soprattutto come funzione sociale riconoscendo all’individuo la possibilità e la responsabilità di costruire il progetto di vita per realizzare se stesso. Tutto ciò sembra appartenere al libro dei sogni, tanto siamo annichiliti e storditi da un sistema drogato, quasi incapace di indicare la retta via alle future generazioni.
Molti tentano di giustificare la mancanza di lavoro alimentando il conflitto tra nuove e vecchie generazioni.
Di fatto esiste una reale incapacità della classe politica di affrontare e risolvere il problema.
Da più di un decennio assistiamo alla perdita di migliaia di posti di lavoro, all’utilizzo di ammortizzatori sociali per anticipare l’uscita dalle grandi aziende di tanti lavoratori con la promessa di lasciare posto ai più giovani, ma sono rimaste promesse ed oggi sono i pensionati e gli anziani che mantengono la pace sociale, continuando con privazioni e sacrifici a sostenere figli e nipoti che non hanno o che hanno perso il lavoro.
Non avere lavoro è diventato una piaga sociale e le statistiche sono implacabili.
A luglio di quest’anno il tasso di disoccupazione è stato pari al 12,9%
mentre quella giovanile è arrivato al 42,9%, con una prospettiva che non lascia intravedere margini di miglioramento.
Ai più giovani non resta che emigrare, abbandonare la propria terra per non arrendersi all’immobilismo o al riciclaggio in attività marginali e mal retribuite.
Le menti migliori volano oltre i confini dove vengono riconosciute e possono impiegare al meglio quelle caratteristiche che ci hanno sempre contraddistinto nel mondo: intelligenza e fantasia; eleganza e creatività.
Dov’è il cuore del problema? Quando e dove è iniziato il declino? Di chi è la colpa?
Un nome non c’è, oppure sì?
Per scagionare tutti diremo che è colpa della globalizzazione e delle nuove tecnologie, della cattiva gestione e amministrazione dei governi alla guida delle nazioni. Siamo tutti un po’ confusi e disorientati, indeboliti da una sofferenza che toglie la gioia di vivere e la speranza di andare avanti.
Non perdiamoci d’animo, però. Certo non basta alzare lo sguardo sull’orizzonte per continuare a sperare, ma tutti insieme dobbiamo concretamente percorrere le strade difficili del cambiamento, consapevoli che il compito spetta anche a noi cittadini che dobbiamo assumere il ruolo di artefici e protagonisti per affrontare quelle sfide che rendono possibile la realizzazione di una società più giusta e solidale.
Giovanni Picucci, Il Murialdino, settembre 2014, p. 2

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